Growing roots

Questo non sarà un post di giardinaggio, ovviamente, le radici (roots) a cui alludo sono quelle del pensiero e dell’ispirazione, ciò che precede, genera e radica nel mondo l’opera artistica. Si parla di fondamenta solide e profonde, radici che non sono mai destinate a morire, ma che al contrario non possono che alimentarsi grazie al dialogo con il mondo, sia esso quello degli esperti e dei critici, sia esso (soprattutto direi io) quello degli spettatori un po’ scevri di arte contemporanea e che, attraverso il loro sguardo puro è istintivo, sanno arricchire l’opera di nuovi significati.

Growing roots è anche il titolo della retrospettiva dedicata ai 15 anni del Premio Furla, ora al Palazzo Reale di Milano e visitabile, gratuitamente, fino al 12 Aprile. Il Premio  festeggia anni di instancabile sete di novità e voglia di scommettere sui giovani dell’arte italiana, essendo nato con il preciso intento di dare visibilità agli artisti emergenti di cui il nostro Paese è ben provvisto, in sinergia con importanti partners come la Fondazione Querini Stampalia di Venezia, la Fondazione Carisbo e il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, sotto la curatela di Chiara Bertola.

In un assolato sabato pomeriggio milanese sono andata a celebrare anche io questo importante anniversario e ho piacevolmente passeggiato fra le sale dell’esposizione (curate da Chiara Bertola, Giacinto Di Pietrantonio e Yuko Hasegawa) e ho ascoltato i commenti di quelli che erano sicuramente i visitatori occasionali del weekend e un mood regnava sovrano: “Ma questa è arte?”. Va detto, le opere in mostra non erano sempre di immediata comprensione e anche la guida, alla lettura di un non appassionato, risultava poco d’aiuto, ma forse è anche questo il bello: ognuno legge ciò che vuole leggere, vede ciò che sente sia il significato dell’opera e quelle “radici” che citavo prima diventano ancora più grosse e le fronde dell’albero dell’immaginario contemporaneo si fanno sempre più rigogliose.

La location è davvero splendida: le sale sono perfettamente conservate nel loro splendore Settecentesco e le opere contemporanee si sposano soprattutto attraverso il contrasto che generano con i soffitti affrescati e le pareti damascate.
Particolarmente suggestive sono la prima e la sesta stanza, invase dal risuonare delle installazioni sonore che paiono completare anche le opere degli altri artisti esposti nella medesima sala, come la risata che fuoriesce dalla scatola nera di Lara Favaretto (“E una risata vi seppellirà-omaggio a Gino De Dominicis”) o le note della malinconica canzone scelta da Alberto Tadiello per la sua “13”. Per non parlare della splendida opera di Chiara Fumai “I did no say or mean warning”, un espositore musicale fittizio su cui viene proiettato un documentario che vede protagonista l’artista stessa mentre fa da guida alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia in occasione della sua mostra, portando i visitatori alla scoperta dei ritratti femminili posseduti dalla Fondazione e alternando alla spiegazione dei messaggi di una donna anonima, ritrovati nella segreteria telefonica di una divisione femminista della Lotta Armata.
Opere molto diverse quelle selezionate dalla Fondazione Furla, da video, a disegni, a semplici oggetti o ancora installazioni di dimensioni più importanti, come l’originale tavola degli elementi di Matteo Rubbi.

Una mostra che offre una panoramica variegata del paniere da cui usciranno le stelle dell’arte di domani, curata con attenzione e giocosità, non pensate infatti che le opere siano tutte visibili al primo colpo d’occhio, ma siate osservatori attenti e curiosi e potreste trovare un vecchio televisore dentro un camino mentre trasmette una Chiara Fumai che legge Valerie Solanas.

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Articolo originariamente apparso su Art Sharing Project

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