Giovani speranze

Dopo un’altra lunga assenza eccomi di nuovo a scrivere, finalmente con una laurea in mano e tanti progetti per la testa.
Questo post “del ritorno” vorrei dedicarlo a quattro ragazze che ho conosciuto qualche mese fa, in una delle prime serate dedicate all’arte presso un noto pub di Novara. Scelgo di dedicare a loro questo post perché mi hanno colpito, non solo per il loro indiscutibile talento, ognuna nella sua particolarità, ma anche perché hanno saputo interpretare il tema proposto durante la piccola esposizione creando una forte sinergia tra i loro lavori, frutto anche della profonda amicizia che le lega.
Considerato che vorrei che questo blog fosse un spazio dove proporre ciò che dell’arte mi colpisce e mi appassiona, oltre che un luogo dove segnalare iniziative e giovani artisti interessanti, procedo ora, senza ulteriore indugio, a parlarvi di loro.

Anna, Betty, Ilaria e Vanessa sono brave, belle, rock’n’roll e con una particolare aura artistica che riesci ad avvertire quasi fisicamente quando le hai vicine. Hanno carisma da vendere e, soprattutto, sono profondamente indipendenti: non hanno interesse particolare per il mercato dell’arte contemporanea, amano la bellezza come chiunque abbia uno sviluppato senso artistico, ma nulla influenza la loro arte se non quello che loro decidono di accogliere. Chiacchierare con queste ragazze ti fa comprendere cosa significhi realmente fare qualcosa spinti unicamente dalla passione.
Queste qualità che ho potuto respirare durante la nostra chiacchierata, mi hanno portata a chiedere loro di raccontarsi…ed ecco cosa ho scoperto.

Anna e io abbiamo avuto un piacevole colloquio circa Parigi, mi ha raccontato di come si sia innamorata di un luogo trovato per caso, seguendo una semplice insegna che indicava una sorta di casa per artisti. Mi ha narrato di queste stanza colme di disegni, dipinti, creativi all’opera uno accanto all’altro, confidandomi il sogno nel cassetto di ricreare una cosa del genere nella sua Vercelli, perché è così che lei sente l’Arte: “In seguito ad una vera e propria epifania estiva, ho deciso di iscrivermi all’Accademia Albertina di Belle Arti, a Torino, scegliendo la specializzazione in scenografia. Ho scelto di studiare scenografia per via del fascino che esercitano su di me gli spazi, aperti o chiusi, le ambientazioni e le atmosfere. Sono sempre stata una nostalgica: spesso luoghi che vedo per la prima volta mi evocano emozioni viscerali e profonde, forse perché li ho immaginati o sognati in precedenza. L’idea di poter ricreare tali sensazioni mi ha immediatamente colpita, credo di potermi esprimere al meglio ideando non solo un oggetto d’arte, ma tutto un contorno, un contesto”.
Di arte però lei ha la fortuna di viverci già, infatti da tre anni ha un suo studio di tatuaggi: “Questo ambito molto fortunato ha subito un enorme incremento negli ultimi anni; il diffondersi di una vera e propria cultura del tatuaggio dà spazio anche a persone come me, che del tatuaggio fanno uno strumento per esprimersi, proprio come la pittura o la scultura. Non mi limito al l’esecuzione, sono prima artista che tatuatrice: miei clienti sanno in che modo rapportarsi con me e hanno la garanzia che sulla pelle porteranno un pezzo unico. Sono consapevole di avere una clientela un po’ più di nicchia e ne sono estremamente felice!”. Nel tempo libero si dedica alla pittura, al disegno e all’illustrazione, prediligendo le tecniche semplici e i lavori puliti, perché le emozioni più grandi scaturiscono dai prodotti artistici più impulsivi e meno calcolati”.

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Scegliere al giorno d’oggi di rispondere al richiamo dell’arte è sicuramente un atto di coraggio, non siamo più abituati a darci la chance della passione, a seguire ciò che davvero sentiamo essere adatto a noi ma che spesso è lavorativamente poco sicuro. Per questo motivo le parole di Betty risuonano con ancora più forza:  Innanzitutto veniamo da scuole diverse, alcune di noi di ambito artistico. Personalmente ho fatto il liceo artistico Felice Casorati di Novara. Abbiamo poi frequentato tutte l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, optando per questo percorso di studi poiché già da piccole (parlo per tutte perché penso sia così) avevamo capito che potevamo esprimerci con i segni e i colori. Questa intuizione infantile è stata sempre coltivata, da parte mia, per poi sfociare nella scelta del percorso scolastico, che a questo punto diventava quasi obbligatoria, una scelta interiore fortemente sentita. Sappiamo che il nostro lavoro, il mestiere dell’artista, vive in un equilibrio instabile dove, su un impianto generale che identifica l’io e gli interessi dell’artista, ci si muove creando innesti, spostamenti, trasgressioni… e a volte stabilità.”.
Con Anna condivide il sogno di creare nuovi spazi per la cultura e l’attività artistica, pensando magari a dei laboratori come si faceva un tempo con le botteghe artigiane, luoghi in cui incontrarsi, scambiare opinioni, migliorasi.
Riguardo la sua arte mi dice: “Aspiro a un’arte vicina allo spirito, privilegiando le atmosfere sognanti e le citazioni fiabesche. Il linguaggio dei segni e delle emozioni sono gli strumenti utilizzati per creare immagini ricche di suggestioni (anche se a volte sono un po’ inquietanti). Non amo particolarmente l’idea di un’arte astratta, trovo vuoto il puro estetismo. Nelle mie opere uso spesso elementi compositivi che hanno la funzione di “soglia”, cioè simboli che dividono fisicamente e metaforicamente l’esterno dal proprio io interiore”.  Murales, fotografie e disegni che partecipano a concorsi, come quello a Torino per il muro nella Piazza dei mestieri o il secondo premio di fotografia ArtAction di Novara, che ha vinto con una rivisitazione di Kiki the Montparnasse nella foto di Man Ray.

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Ilaria mi ha colpito per la sua decisione, ho visto in lei una grande determinazione, dettata da un profondo interesse per ciò che studia accompagnato, però, da un preciso senso critico. Mi ricordo il modo in cui mi ha raccontato di un corso particolarmente stimolante in Accademia e di come non fosse per niente convinta circa l’arte contemporanea, spiegandomi tutte le lacune che vi riscontra.
Con lei condivido un altro amore, quello per il teatro, che in realtà è nel cuore di tutte e quattro queste giovani speranze, avendo studiato insieme Scenografia all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino; Ilaria vorrebbe lavorare in questo magico e complesso modo, covando il desiderio di “sporcarsi da capo a piedi o cucendo gli abiti di scena” in qualche laboratorio scenografico.
Mi dice che non si considera un’artista: “Ho come tanti un briciolo di creatività, ad esempio in tutta la mia carriera scolastica ho sempre disegnato sui banchi di scuola, se proprio arte la si vuole chiamare, io la definirei arte per poveri” e aggiunge ancora: “L’arte è la culla del sapere umano da sempre, in essa è racchiusa la storia, è un tesoro prezioso che tutti dovrebbero conoscere e approfondire”.

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Capelli blu, voce potente, grinta e glam, lei è Vanessa. Musica e palcoscenico sono state le sue compagne sin da piccina, infatti suo papà possiede un service audio luci: “Ho passato molto tempo in teatro e fin da piccola guardavo scenografi e tecnici montare luci e fondali e portare sul palco elementi scenici e mi son detta: sì, è quello che voglio fare da grande!”…e lo sta facendo! Attualmente costruisce piccole scenografie per spettacoli di vario genere, ha lavorato come carrista per il carnevale di Vercelli e aiuta il padre nella la sua attività.
La vera passione però è la fotografia: “Mi sono avvicinata al mondo della fotografia due anni fa, quasi per obbligo, il corso di fotografia era l’unico che potevo inserire per completare il piano di studio come crediti e orari e non mi attirava per niente. Usare apparecchi tecnologici e computer non è assolutamente il mio forte, anzi, preferisco mille volte vernici, colla e cartone, ma era da fare. Ho cercato di cavarmela con la compatta che avevo, roba che risale ai tempi della mia cresima per capirci, ma non sarei riuscita e seguire un corso in cui tutti avevano una reflex, ho quindi deciso di comprare la mia Canon 650D. Ammetto di aver fatto parecchia fatica i primi mesi ma come ho iniziato a capirci qualcosa mi si è aperto un mondo e non riuscivo più ad uscire di casa senza, ogni angolo della mia città e dei luoghi che ho visitato mi sembrava interessante e con una storia da raccontare, dalle gocce di pioggia a una finestra in una casa abbandonata, insomma quelle cose che per 25 anni ci passi davanti tutti i giorni e non degni di uno sguardo”.
In un periodo in cui il gusto artistico si sposa sempre più con le necessità della Sostenibilità, Vanessa non è da meno: le cornici delle sue fotografie sono handmade al 100%: “Tanto per non reprimere la mia natura da “riciclatrice” (perchè a casa mia tutto in futuro può tornare utile, teniamolo!”) perchè comprare cornici quando posso farle con cartone di scatoloni, colla e vernice?!”.

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Il modo in cui queste ragazze hanno imparato ad amare il lavoro l’una dell’altra è interessante sotto molteplici punti di vista: insegna quanto la collaborazione tra artisti, anche se emergenti, possa essere benefica per il lavoro del singolo, dimostrando inoltre, ancora una volta, quanto i luoghi di cultura come le Accademie o le Università possano essere il motore di qualcosa di nuovo, stimolante, realmente utile, sottolineando l’importanza del loro sostentamento continuo da parte delle istituzioni.
Come dice Anna: “Parte integrante del mio approccio ‘artistico’ alla vita, è il rapporto che si è instaurato con le mie compagne di avventure all’Accademia. Oltre al perfezionare il mio gusto estetico, il corso di studi che ho scelto mi ha arricchito soprattutto a livello personale: mi ha infatti permesso di conoscere le mie attuali migliori amiche, sorelle e compagne di viaggio.
Siamo tutte completamente diverse, ci accomuna soltanto l’amore per l’arte e il nostro approccio alla vita. Ci ispiriamo vicendevolmente, ci consigliamo e critichiamo. A volte, osservandoci dall’esterno, mi viene da pensare che nel nostro caso la vera arte non sta nel prodotto finito, ma nel processo creativo, nella personalità di ognuna di noi che si miscela e si contamina con tutte le altre identità di quello che è il nostro piccolo gruppo. Insomma, è l’artista o (meglio le artiste!) la vera opera d’arte.”
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