Kienholz: Five Car Stud

Era un tranquillo mercoledì pomeriggio, di quelli uggiosi e con una pioggerella fine che ti inumidisce i capelli e i pensieri, la torre dorata della Fondazione Prada rifletteva le ombre del cielo e con le mie colleghe di corso stavamo attendendo di visitare le ultime mostre allestite negli ampi e versatili spazi dell’antica distilleria milanese.

Perché questa premessa da C’era una volta? Perché per comprendere realmente il disarmante mix di emozioni che ci ha colpito all’uscita della mostra Five Car Stud di Edward Nancy Kienholz curata da Germano Celant, è necessario comprendere il mood con il quale siamo arrivate al suo ingresso. L’esperienza che la Fondazione ci propone è un racconto essa stessa, intriso di quel crudo realismo che ci palesa davanti agli occhi l’altra faccia dell’America scintillante in pieno boom economico, quella fatta di vizi, sfruttamento, abbandoni, pedofilia, razzismo.

Utilizzando quasi unicamente oggetti di recupero, presi dalla quotidianità per rappresentarla al meglio anche nel suo aspetto più ombroso, regala loro nuova vita e li condanna a essere simbolo di ciò che tutti sanno esistere, ma di cui pochi vogliono parlare. La forza espressiva di Kienholz sta in una molteplicità di elementi, la drammaticità dei temi incontra una cifra stilistica dettagliata eppure metaforica al tempo stesso: le figure sono a dimensione reale, ricoperte di colori rustici, sporchi, plastici, che colpiscono le corde più istintive dello spettatore e ricordano che il mondo in cui siamo gettati alla nascita ha un lato terribile e inquietante.

IMG_1251.JPGSe The Merry-Go-World or Begat by Chance and The Wonder Horse Trigger è un un colorato carosello che ci pone davanti a questo casuale determinismo della nascita, Jody, Jody, Jody rappresenta un reale caso di abbandono di una bambina sul ciglio della strada, una storia che la stessa Nancy Kienholz racconta di aver ascoltato al telegiornale con il marito e di aver deciso insieme di cristallizzare in un’opera, forse come memento per tutti: l’animo umano è capace di crimini più oscuri di quel che vogliamo accettare.

L’attenzione ai dettagli è, come menzionavo prima, sicuramente uno degli aspetti più convincenti della comunicazione artistica di Kienholz. In Teddy Bear l’artista inserisce tanti piccoli elementi che arricchiscono di molteplici significati l’orrore che si sta consumando: chiara accusa alla pedofilia, l’opera si completa di una scritta raccapricciante sulla superficie della scrivania a cui il non-più-tenero orsetto, autore dello scempio, è appoggiato; nel mentre un piccolo uccellino, simbolo di libertà e giovinezza, viene schiacciato sotto dei pesanti stivali da cowboy, rappresentazione stereotipata (e così trasparente a chiunque) dell’America.

FullSizeRender.jpgGli assemblage e i tableau si susseguono una sala dopo l’altra, anzi, sembrano proprio inseguire lo spettatore: non sei tu che guardi l’opera, è l’opera che ti influenza e ti costringe a confrontarti con te stesso e con la società in cui vivi. Se però questo non fosse ancora sufficiente per sconvolgere i vostri pensieri, conclude la mostra un vero e proprio
set cinematografico allestito nella sala del Deposito: Five Car Stud, opera eseguita tra il 1969 e il 1972 ed esposta a Documenta 5 a Kassel, è un’installazione ancora una volta a grandezza reale, un fotogramma di una scena di brutale di violenza razziale, con un gruppo di bianchi mascherati che aggrediscono un uomo di colore, illuminato dai fari delle auto che lo circondano.

“Questa mostra include rappresentazioni di situazioni violente che potrebbero urtare la sensibilità di alcuni visitatori. È sconsigliata la visita ai minori, per i quali è comunque obbligatorio l’accompagnamento da parte di un adulto” recita un avviso sul sito di Fondazione Prada e, dopo la visita, ne comprendo il perché. Ma se il lato macabro dell’arte (e della vita) non vi intimorisce, avete tempo fino al 31 dicembre per non perdervi questa mostra rara e assolutamente unica nel suo genere.

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