L’arte sciopera: #J20ArtStrike contro la presidenza Trump

L’arte può essere una forma di protesta politica? Assolutamente sì e non si contano più gli illustri esempi di artisti che hanno utilizzato le più disparate forme espressive per dichiarare il loro dissenso, risvegliare coscienze, richiamare il popolo e le istituzioni sui problemi a loro contemporanei in una sorta di call to action estetica e viscerale.

protesta

© Repubblica.it

Se in Italia oggi assistiamo alla protesta dei migranti di Sesto Fiorentino nel cortile di Palazzo Strozzi a Firenze, dove si sta per concludere l’incredibile retrospettiva di Ai Weiwei che sin prima della sua apertura aveva destato l’attenzione dei passanti con l’incredibile installazione Reframe, composta da grandi gommoni di salvataggio simbolo del fenomeno dell’immigrazione, ora più che mai al centro del dibattito culturale e politico, in America i temi cambiano, ma l’indignazione resta.

Il 20 gennaio sarà la data storica in cui Donald Trump sederà ufficialmente nello studio ovale della casa più famosa del mondo, ma non è un mistero che moltissimi americani non abbiano ancora accettato l’esito delle elezioni. Gran parte del lato umanistico, intellettuale e artistico della società statunitense si batte ogni giorno per esternare i suoi timori e le sue contrarietà, forse nella speranza di risvegliarsi da questo brutto sogno.

La comunità composta da artisti, gallerie, musei, insieme a teatri, sale da concerto, scuole d’arte e organizzazioni no-profit attive nel settore, ha lanciato un’iniziativa che lascia ben poco all’interpretazione: è il #J20ArtStrike, un vero e proprio sciopero mirato a manifestare il totale dissenso nei confronti del nuovo presidente.

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Come recita la call to action, lo sciopero è un chiaro segnale con cui il mondo dell’arte (in tutte le sue forme) si dice pronto con ogni mezzo a combattere il Trumpismo: “A toxic mix of white supremacy, misogyny, xenophobia, militarism, and oligarchic rule. Like any tactic”.
Un impegno che promette di non concludersi con l’Inauguration Day, ma che conta di ramificarsi in una serie di interventi futuri a protezione di un fronte culturale che sia, come dice il manifesto, anti-fascista e che sappia proteggere la libertà di pensiero, espressione e produzione artistica così come la conosciamo: “It is not a strike against art, theater, or any other cultural form. It is an invitation to motivate these activities anew, to reimagine these spaces as places where resistant forms of thinking, seeing, feeling, and acting can be produced”.

L’iniziativa sta raccogliendo il consenso di moltissime personalità del settore e fra i firmatari troviamo nomi di rilievo come gli artisti Richard SerraJoan Jonas e Cindy Sherman o la prestigiosa Lisson Gallery.

Come spiega l’artista Coco Fusco nel suo articolo per Hyperallergic, gli artisti sono concretamente preoccupati per quel che sarà del loro futuro sotto la presidenza Trump, specialmente riguardo i piani che metterà in atto su tassazione e Obamacare, che si suppone renderanno la vita ancora più difficile a chi fa un mestiere che richiede gavetta, pazienza e sacrifici (spesso molto malamente remunerati).

art-strike-home151Per forse la prima volta dopo il non altrettanto ben riuscito Art Strike del triennio 1990-1993, gli artisti si trovano a lottare insieme: non si cercano nuovi modi per vendere più opere individualmente, ma si comprende che l’unione fa la forza, specialmente grazie all’incredibile visibilità di cui godono.

As artists, we occupy a somewhat unusual and often contradictory social position in American society. The more politically minded among us tend to stress the precariousness of our working and living conditions. There is nothing wrong with recognizing our vulnerability [..] But we also, as a group, operate in proximity to extreme wealth and power. Artists have a disproportionately high degree of access to the media. Artists also have an unusual degree of access to the rich, since they, after all, are the ones who buy art and manage the business of art. We are not always afraid to use that leverage” – Coco Fusco

Molte istituzioni rimarranno comunque aperte e manterranno i loro orari regolari, come il Museum of Modern Art, il MoMa PS1 o il Lacma di Los Angeles, così come anche il suo concittadino MOCA, che rendendo omaggio al Primo Emendamento della Costituzione americana, onorano e rispettano la molteplicità di punti di vista e idee che arricchiscono gli USA e proprio in virtù di questo, il 20 gennaio l’ingresso al museo sarà gratuito.

Condividono lo scetticismo riguardo lo sciopero anche alcuni intellettuali, come il giornalista Jonathan Jones, che nel suo articolo sul Guardian esprime tutta la sua perplessità su quella che definisce essere una futile iniziativa dell’élite culturale:

“[An] art strike is just about the least effective idea for resisting Trump that I have heard. […] These eminent artists come across as people who are used to being listened to without having to try. Worse, there is something nostalgic about the petition, as if this were the 1960s all over again. Some hope … The real reason art strikes and fine words at the Golden Globes are futile is that they cannot do justice to the danger the world is in. Liberals, this is not an opportunity for radical grandstanding. History has chosen our generation to be tested.
Save your strength – you will need it”.

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Per più informazioni:
https://j20artstrike.org

Immagine di copertina di Hrag Vartanian per Hyperallergic
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